Vita in Deloitte

Niccolò Marini

Scelte di Vita

Quando penso a Deloitte, penso a tutte le storie delle persone che sono racchiuse, come se fossero “zippate”, compresse, in quel green dot.
Mi piace pensare che quel puntino verde sia un concentrato di migliaia di vite e di esperienze, di sudore, di sorrisi e di pacche sulla spalla, ma soprattutto di condivisione.
E la cosa che mi piace di più e che tra quelle mille storie, ci sia anche la mia.

Riguardando indietro nel tempo mi salta subito in mente la percezione stereotipata che avevo, da giovane laureando in finanza quantitativa, di un revisore contabile.
“Rivedere” per me significava dover solo controllare in modo passivo cosa veniva prodotto da altri. Un controsenso per un ragazzo curioso e pieno di voglia di buttarsi nella mischia, nell’azione. Per non parlare poi della parola “contabile”, che associavo a qualcosa di asettico e impersonale.

Eppure l’ambizione di poter far parte di un network così dinamico e multiculturale era un sentimento forte per me.
Forse è stata proprio quell’ambizione che mi ha spinto a presentarmi a quel colloquio di lavoro: forte della mia formazione quantitativa, dopo aver risposto più o meno dignitosamente a qualche domanda tecnica, ripetevo a me stesso “non può fare per me questo mestiere”.

Fino al momento in cui il manager che avevo seduto davanti, scorrendo il mio curriculum, non mi ha chiesto, con un pizzico di stupore, “Cos’è che ha fatto lei in Australia a diciannove anni?”
Ed io, con vergogna: “Lavoravo nelle fattorie. Raccoglievo le banane”. Ero convinto di essermi giocato le mie carte nella maniera peggiore possibile. Mi ero bruciato.
“Lavorava immerso nella natura selvaggia, sotto il sole, fianco a fianco con ragazzi provenienti dai quattro continenti?” mi incalzava l’interlocutore con un sorriso sulle labbra. “Le piace uscire dalla cosiddetta comfort zone?”
Forse il grigiore dei bilanci e delle scritture contabili stava improvvisamente prendendo colore; seppur inconsciamente, ne avevo la convinzione.
E così, decisi di buttarmi in questa avventura perché sentivo valorizzato quello che fino a poco prima descrivevo con vergogna e con umiltà. Avevo capito che chi osava, aveva una voce in questa società. Ed io ero uno di quelli.

Fare l’auditor non è un lavoro.
Fare l’auditor per me significa svolgere decine di professioni diverse contemporaneamente.
Non ho scelto di sedermi in prima fila dove le poltroncine sono comode.
E adesso vi spiego perché stare dietro alle quinte è bellissimo.
In questi anni ho avuto la fortuna di seguire i miei clienti in svariate operazioni straordinarie, acquisizioni, fusioni toccandole con mano prima ancora che fossero di dominio pubblico, dialogando quotidianamente con il CFO o l’amministratore delegato, sedendomi a riunioni con professionisti con cui mai avrei pensato di poter aver a che fare in così pochi anni dall’ultimo esame dato all’università.

In altre parole, ho scelto di vivere dietro le quinte, ad un passo dal palcoscenico, con la possibilità di poter osservare il mondo da una prospettiva privilegiata, sedendo accanto al regista, parlando con gli attori e leggendo la sceneggiatura prima di tutti gli altri spettatori.
Ma soprattutto, contribuendo alla realizzazione dello spettacolo.

Da qui il mio consiglio: sporcatevi di vita, d’amore e di passione. Non di parole.
La mia non è stata la scelta di una professione, ma una scelta di vita.
Da quel momento la mia storia è entrata dentro a quel puntino verde insieme a mille altre, facendomi sentire finalmente parte di una famiglia che si cura di coltivare i propri talenti, facendo leva sulla peculiarità dei singoli, sinergicamente e meravigliosamente amalgamate.

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